Poings

Inquietudine: “stato d’animo turbato, senso di apprensione, di ansia provocato soprattutto da incertezza, timore, preoccupazione” (dal vocabolario Treccani). È questa la sensazione che ci avvolge non appena entriamo nella piccola sala del Teatro i a Milano. Dopo qualche secondo di silenzio tombale, finalmente le luci si spengono, lasciando la sala immersa per alcuni istanti nel buio pesto. Poi, una luce debole inizia ad illuminare un angolo del palco su cui una giovane donna batte i piedi accennando qualche passo di danza: “uno, due, tre, tre, quattro…” continua a ripetere cercando di seguire il ritmo della musica, che gradualmente diventa più forte. In lontananza, sull’angolo opposto del palco, c’è seduto un uomo, ‘Lui’ è il suo nome, che contempla da lontano la donna. Si apre in questo modo la prima scena dello spettacolo “Pugni” dell’autrice francese Pauline Peyrade, riproposto in mise en espace dalla “Piccola compagnia della Magnolia”. È la storia di una violenza fisica, psicologica, che mette in scena i retropensieri, i conflitti interiori della protagonista e il suo costante dialogo con la propria coscienza. I personaggi sono tre: ‘Lui’, ‘Tu’ e ‘Io’. ‘Tu’ (la donna) e ‘Lui’ si conoscono in discoteca, dove la giovane diventa preda dei desideri perversi dell’ uomo. Lo spettacolo comincia quindi, ex abrupto, con la scena di una violenza, ma il proseguimento della storia non è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare. Pauline Peyrade ipotizza un proseguimento della relazione tra i due che diventano una coppia. Peyrade analizza le varie fasi che caratterizzano un rapporto violento e si concentra in modo quasi esclusivo sulla psicologia dei suoi personaggi, in particolare su quella della donna che viene resa costantemente grazie alla figura fondamentale dell’‘Io’. L’‘Io’ è la coscienza ed è quel personaggio che dà voce in modo concreto ai pensieri più profondi della donna che, altrimenti, rimarrebbero del tutto nascosti agli spettatori. Nello spettacolo è posta al centro l’importanza della parola: sembra che l’autrice voglia fare riflettere sul fatto che la violenza vera è quella che si nasconde dietro ai gesti più banali e facilmente scusabili e non necessariamente dietro ad uno schiaffo o ad un pugno. Nonostante questo, non manca del tutto l’aspetto fisico del maltrattamento,  ma viene reso in modo originale: la coscienza, nel corso dello spettacolo, si cimenta nella descrizione di una violenza sessuale, cruenta e d’effetto tanto quanto avrebbe potuto essere vederla fisicamente. L’aspetto fisico, perciò, non viene cancellato, ma analizzato e costantemente descritto da ‘Io’ che ci permette di immaginare cosa subisce la donna nel corso della sua relazione con il fidanzato. È importante anche notare il fatto che i due corpi coinvolti non si toccano mai, tutto viene reso attraverso descrizioni forti, estremamente coinvolgenti e terrificanti che non si risparmiano affatto i particolari. Lo spettacolo è tutto costruito sull’ interazione costante tra le voci dei personaggi, che si sovrappongono, si confrontano e dialogano. La voce, quindi, può essere considerata la vera protagonista e si capisce per quale motivo Peyrade abbia intitolato l’opera “Pugni” : le parole e le pressioni psicologiche a cui sottopone una violenza domestica sono decisamente più forti e drammatiche di un pugno fisico. L’uomo tira pugni alla donna molto più spesso con le parole che usa e con le proibizioni assurde che le impone piuttosto che con le mani. Fin dal primo istante, siamo catapultati in un’atmosfera di grande inquietudine a cui contribuisce certamente una scenografia essenziale, in cui svolge un ruolo fondamentale l’illuminazione. La luce è debole e illumina appena i personaggi lasciandoli spesso nella penombra. Anche la musica e gli effetti sonori sono fondamentali per la resa inquietante dello spettacolo: particolarmente suggestivi sono  i rumori della foresta che fanno da sfondo al tremendo incubo della donna che rivede la brutale violenza di cui è stata oggetto. Luci e musiche costituiscono, di fatto, l’ambientazione dello spettacolo, accompagnate da alcuni oggetti di scena.

“Pugni” tratta ed elabora un tema ad oggi decisamente attuale e discusso, la violenza di genere, offrendo una storia che potrebbe veramente riguardare chiunque, ma concentrandosi su un aspetto non scontato e, anzi, spesso ignorato o lasciato in secondo piano: quello psicologico, reso in modo chiaro, suggestivo e funzionale. L’autrice si pone delle domande a cui dà risposta nello svolgersi dello spettacolo: che cosa pensa la donna? Perché non parla? Perché resta? Tuttavia, nonostante questa grandissima attenzione all’interiorità, rimane difficile da capire il finale assolutamente inaspettato e in totale contrasto con il climax ascendente di inquietudine e angoscia che vengono volutamente inculcate negli spettatori. Il finale, quindi, appare distaccato rispetto alle vicende precedenti che avevano catapultato il pubblico in un’atmosfera estremamente drammatica e con poche prospettive di speranza. Insomma, manca un passaggio graduale tra dramma e lieto fine che, comunque, rappresenta un messaggio simbolico di speranza per tutte quelle donne che, in una società come la nostra, sono abbandonate a loro stesse e alla violenza  dei loro mariti o compagni: la donna sfreccia sui suoi pattini percorrendo le strade di Parigi; sullo sfondo musicale che riempie la scena si innesta la voce della coscienza:” Non sei tornata indietro” a cui lei risponde fiera: “Non sono tornata indietro!”. “Pugni” è uno spettacolo ambiguo, inquietante, angosciante, ma è una forte ed efficace denuncia alla violenza.

Carlotta Volonté 
Liceo Manzoni, classe V D


Visto a Teatro i_novembre 2019

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