Tra giusto e sbagliato: Tamburi nella notte

Irrompono sul bordo del palco alcuni personaggi: vestiti da anni ’20 e trucco pesante, intonano una canzone da cabaret degli orrori, gettando davanti agli spettatori un soldato esanime. Inizio che spiazza e attira l’attenzione. Il sipario si apre, rivelando l’amplesso di due personaggi, e il dramma parte nell’esasperazione grottesca dell’Espressionismo Tedesco.

1919. La Grande Guerra è finitaLa Germania ha perso e deve affrontarne le conseguenze.

In mezzo allo smarrimento generale, però, qualcuno stila progetti: il signor Balicke durante la Guerra si è arricchito producendo articoli bellici e intende continuare a farlo con carrozzine per bambini, conseguenza naturale della decimazione dei tedeschi e del bisogno di nuovi cittadini. Un altro punto del suo progetto è sposare la figlia Anna con un ricco industriale, Murk, nonostante essa ami ancora il fidanzato, Andrea Kragler, disperso in guerra da quattro anni. Fuori dalla scena il quartiere dei giornali brucia: è iniziata la Rivolta Spartachista e il tentativo di portare il Comunismo al potere anche in Germania. Tuttavia, sembra contare poco per i personaggi, talmente sprezzanti da dirigersi senza timore in un locale per festeggiare il futuro matrimonio tra Murk e Anna. Odio le estremizzazioni, ma, nonostante abbia sopportato a fatica le prime scene, riconosco la loro pertinenza con la situazione, nello spettacolo e intorno al drammaturgo. L’atmosfera cambia con l’irruzione di Kragler in scena. La sua condizione, affine a quella di molti altri reduci, è subito chiara: un uomo che la guerra ha sradicato del tutto dalla sua classe d’origine, la borghesia, ed è alla ricerca disperata di un punto di appoggio.

Il dialogo centrale tra lui e gli altri personaggi espone con franchezza il tentativo di conservare la dignità nonostante la disperata volontà di essere riammessi tra coloro che erano sentiti come compagni, rintanati in un micro universo soffocante, dal quale non hanno alcuna intenzione di uscire. Qui emerge il contrasto tra ciò che mi hanno trasmesso di Brecht e ciò che ho effettivamente visto: mi avevano parlato a lungo dello straniamento, un processo con il quale, attraverso espedienti come la satira e i noti cartelli brechtiani, lo spettatore è incapace di immedesimarsi e dunque nella migliore posizione per giudicare in modo imparziale. Brecht era un marxista fermamente convinto che il teatro dovesse spingere gli spettatori alla riflessione. Tuttavia, da questa interpretazione del regista Emanuele Aldrovandi era fin troppo chiaro quale fosse la sua posizione: delimitare la satira ad alcuni personaggi può avere un senso, ma non per creare straniamento, anche perché il tipo di soggetti scelti come protagonisti – una coppia di innamorati – risveglia facilmente l’empatia. Il punto centrale dello spettacolo, però, si trova nel conflitto interiore che dovrebbe vivere il protagonista. Lungo lo spettacolo due concezioni antitetiche, Capitalismo e Comunismo, gravitano intorno ad Anna e Kragler: la passività è sostegno al primo, la Rivoluzione al secondo. Dopo un’iniziale adesione alla Lega Spartachista, Kragler sceglie l’amore di Anna e rinuncia alla Rivoluzione. Andrebbe considerato che è una scelta forte da parte di entrambi.

Uno dei leader della Rivolta Spartachista era una donna, Rosa Luxemburg, ma la realtà degli anni ’20 era quella di una società maschilista, dove la donna era moglie, di qualcuno spesso scelto dai genitori, e madre. Il matrimonio era quasi una pratica commerciale: occorreva trovare un buon partito per sistemarsi nel modo migliore possibile nella società.  Opporsi ai genitori e alla società era difficile, ma è proprio quello che in fondo Anna fa, scegliendo di sposare un reduce nullatenente piuttosto che un ricco industriale. Kragler è stato rifiutato dalla sua classe sociale, ma non è in grado di unirsi agli Spartachisti, per la semplice ragione che non conosce né crede nel Comunismo. In tutto lo spettacolo non c’è una battuta che lo suggerisca. Come ripete più volte, pensa di sostenerli perché non ha più nulla: non c’è alcuna ideologia in lui, così non appena scopre che Anna aveva sempre corrisposto non ha alcun dubbio. “Adesso c’è bisogno di bellezza” è la battuta con cui termina lo spettacolo: è una resa sì, ma anche il desiderio di chi ha vissuto quattro anni di guerra di prendersi cura di se stesso, prima che del mondoNon è una scelta che può essere definita giusta o sbagliata. È difficile giudicare perché ho empatizzato con entrambi i protagonisti.

Tutta la compagnia mi ha emozionata molto e ho apprezzato le parti minori quanto quelle più importanti.  Le scene musicali, aggiunta di Emanuele Aldrovandi, però, sono le migliori. La voce della drag queen mentre preparava il palco per il finale mi è arrivata carica di disperazione e solitudine, straziante preannuncio del massacro in cui sarebbe terminata la Rivolta Spartachista. Mi ha dato i brividi. Una scelta della regia che ho apprezzato è stata l’inserimento di Rosa Luxemburg, la cui apparizione era preceduta dai cartelli con cui Brecht sarebbe diventato noto nei suoi spettacoli successivi: per la contestualizzazione era quasi necessario, ma allo stesso tempo rallentava il dramma, che altrimenti avrebbe rischiato di avere un ritmo eccessivo. Per quanto conoscessi già tutto quello che è stato detto, mi ha fatto piacere riascoltarlo., risvegliando un rimpianto per questa donna straordinaria, e il desiderio di scoprire di più su di lei. Lei e gli altri Rivoluzionari appaiono per l’ultima scena sullo sfondo, dietro ad Anna e Kragler avvinti in un bacio. Non sappiamo cosa accadrà ai due giovani, ma la Storia e il crollo delle bandiere rosse, unite al suono agghiacciante degli spari, non lasciano speranze sulla Rivoluzione Spartachista. Dopo un bagno di sangue, Rosa Luxemburg è catturata, tenuta prigioniera e massacrata con il calcio di un fucile sul cranio. I suoi esecutori, i Freikorps, insieme ai Socialdemocratici daranno vita alla Repubblica di Weimar, che aprirà la strada ai Nazisti.

Emma Orsenigo – Classe 3 L, Liceo Classico G. Parini

 

Tamburi nella notte | Compagnia Caterpillar
Visto domenica 3 marzo al Teatro Elfo Puccini 

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