Un alt(r)o Everest – recensione di Ida Franciolli

Il teatro Atir si trova seminascosto nella periferia di Milano. Non appena si sono spente le luci in sala il palco si è trasformato nella vetta innevata del monte Reyner. Jim e Mike, amici di lunga data, affrontano la scalata dei loro sogni, ma un imprevisto a metà percorso stravolge i loro piani.
Una storia di montagna che non parla solo di picozze, bivacchi e vie ferrate, ma di ognuno di noi, delle ansie che contraddistinguono il nostro tempo, di amicizia, di ferite invisibili che faticano a rimarginarsi. Grazie a frequenti flashback, che si alternano in modo scorrevole e naturale alla vicenda principale, il pubblico scopre i due protagonisti e ci si immedesima fin da subito, trattenendo il fiato per tutto lo spettacolo.
Lo spazio scenico in cui si svolge la narrazione è occupato solamente da due sedie- Potrebbe sembrare una scelta banale, ma con il progredire dello spettacolo si apprezza la scenografia spoglia perché permette a ogni spettatore di immaginare la propria montagna, sia in senso letterale che figurato. Le sedie concorrono a dare valore al minimalismo degli oggetti di scena: nel corso dello spettacolo vengono scomposte in vari moduli irregolari, poi sparsi per il palco in modo che sembrino parzialmente inglobati nel pavimento. Solo alla fine le sedute vengono ricomposte divenendo metafora dell’animo umano, che riesce sempre a ricucire anche gli strappi più profondi riprendendosi poco a poco dopo traumi devastanti.
Anche l’interpretazione è ottima e probabilmente gioca un ruolo importante il fatto che Mattia Fabbris (Mike) e Jacopo Bicocchi (Jim) siano, oltre che attori, registi e curatori dell’adattamento teatrale del romanzo “La morte sospesa”, da cui è tratto lo spettacolo. Infatti i vari aspetti che compongono l’opera si incastrano perfettamente tra loro rendendo impossibile allo spettatore la rottura del patto narrativo.
Lo spettacolo non si configura solo come una storia di avventura appassionante e ben costruita, ma offre anche numerosi spunti di riflessione per giovani e adulti a proposito del bisogno di sicurezza e di certezze, in cordata come nella vita, soffermandosi inoltre sulla paura di essere, in realtà, completamente soli, nonostante si sia spesso circondati da molte persone. I protagonisti si interrogano su questi temi pur non fornendo risposte preconfezionate e valide per tutti. Lasciano il pubblico con tanti interrogativi e la voglia di indagare a fondo la propria vita per trovare personali risposte a quesiti tanto importanti. E forse sono proprio le domande scaturite dalla visione dello spettacolo che lo rendono così speciale e apprezzato.

Ida Franciolli
Liceo Volta