Il ring di Bull – recensione di Roberta Montrasio

La poltrona dello spettatore che si ritrova catapultato sul vero e proprio ring di Bull è estremamente scomoda; è infatti il pubblico la prima vittima della violenza di questa nuova drammaturgia di Mike Barlett, rappresentata attraverso un ritmo incredibilmente incalzante all’interno di un ring completamente spoglio posto allo stesso livello del pubblico, quasi a sottolineare quanto quest’ultimo sia uno dei primi obiettivi della demolizione psicologica a cui assiste. Luci fredde e nulla più che delle ringhiere nere delimitano lo spazio in cui danzano, si battono e si muovono i tre personaggi principali: Tony, Isabel e Thomas, l’apparente vittima della situazione.
I tre, colleghi di lavoro, lottano per mantenere il loro posto in un’azienda e Thomas, fisicamente svantaggiato e sgraziato, subisce da parte degli altri una totale demolizione psicologica e umiliazione fisica che ha tutte le caratteristiche peculiari del bullismo tra giovani come la situazione di due contro uno, l’infantilità e la progressiva bassezza delle offese utilizzate.
Particolarmente accurato è il lavoro sul linguaggio del corpo di ciascuno degli attori: Thomas è perfettamente paragonabile ad un toro in balia dei due “matadores” complici, che conducono chiaramente i giochi e anche i suoi movimenti sul palco. Bull induce continuamente il suo spettatore a porsi nuovi interrogativi, gioca con lui mettendolo in crisi, non gli permette di individuare un vero eroe della vicenda e nemmeno un totale antagonista, lo costringe inevitabilmente a provare una proibita simpatia per gli aggressori.
“Quante volte ci siamo trovati noi a prendere per il culo?”. La moralità di chiunque assista alla scena lo farà sentire in dovere di schierarsi dalla parte della vittima, ma quanto Thomas in realtà è complice di tutto ciò che gli succede? Si tirerebbe indietro se l’obiettivo fosse qualcun altro? Se il suo desiderio fosse solo quello di essere come gli altri due? Bull è un viaggio introspettivo che coglie l’uomo nei suoi tratti più animaleschi e crudeli riuscendo contemporaneamente a scomodare chi guarda dall’esterno che si ritrova pervaso da quei pregiudizi e istinti che prima di quel momento riteneva lontani da sé e dai propri – apparentemente – ferrei ideali. Tra questi pregiudizi emerge chiaramente la comune immagine di donna legata alla maternità, alla dolcezza e alla compassione, che, non concordando con la freddezza assassina e la natura approfittatrice dell’unico personaggio femminile, Isabel, fa in modo che questa risulti più insopportabile del suo superbo e viscido alter ego maschile, Tony. Siamo davvero nella società avanzata ed emancipata in cui ci illudiamo di vivere? Mike Barlett non scrive per chi spera in un ordinario messaggio positivo privo di spunti riflessivi che terranno occupato lo spettatore per più di mezz’ora, ma per chi, messo davanti allo spaventoso realismo dell’opera, capirà che solo scontrandosi bruscamente con la legge del più forte e con la cruda realtà, solo finendo al tappeto con Thomas, è possibile rendersi conto di quanto siano fragili i valori e gli ideali che sosteniamo spesso solo superficialmente.
Istintivo e diretto è il collegamento tra violenza fisica e violenza verbale: la parola è un’arma e il colpo decisivo a Thomas non poteva che essere inflitto con un lungo monologo finale da Isabel, che ribadisce e ricalca in modo disturbante e fastidioso quanto già reso chiaro, seppure non in modo diretto, in tutta la parte precedente dello spettacolo. “Se vediamo qualcuno che rischia di mandarci tutti in merda ci viene un desiderio profondo di schiacciarlo per rafforzare la tribù” queste le parole con cui Isabel giustifica le sue azioni e manda metaforicamente e fisicamente al tappeto Thomas. Azzeccate sono la superfluità e la ripetitività del monologo, che risultano molto efficaci perché l’insistenza sugli stessi punti, il ripresentare le stesse parole in diverse salse è caratteristico della violenza psicologica.
Thomas al tappeto e poi il buio; lo spettatore, vittima o carnefice, può finalmente liberarsi dalla morsa di quella maledetta poltrona.

Roberta Montrasio
Liceo Classico Carducci