Grosso guaio in Danimarca – recensione di Isabella Parisi

Due uomini sostengono un interrogatorio. Non conosciamo le domande, solo le risposte. Mano a mano che l’interrogatorio prosegue, la vicenda si fa sempre più chiara, e lo spettatore viene messo a conoscenza di misteriosi fatti accaduti in Europa che coinvolgono i due oscuri personaggi.
L’originale messa in scena di un dialogo senza domande, portata avanti per tutto lo spettacolo, crea un meccanismo in cui l’interpretazione del pubblico si mescola al soggetto reale d’ispirazione, l’Amleto di Shakespeare.
È solo attraverso le risposte dei protagonisti dello spettacolo Grosso guaio in Danimarca che la trama lentamente ma inesorabilmente prende forma, svelandoci i retroscena della tragedia di William Shakespeare.
Vengono discussi particolari e vicende con non sono necessariamente contenuti nell’opera stessa ma che potrebbero essere una sorta di contorno non svelato, quasi una trama secondaria. Sono solo alcuni rimandi fatti dai due protagonisti che portano il pubblico al riferimento letterario che va a delinearsi sempre più mano a mano che le risposte vengono formulate.
L’interpretazione dei due attori è piuttosto convincente, poiché sanno coinvolgere il pubblico grazie alla loro capacità di immedesimarsi nel ruolo interpretato oltre a sostenere un dialogo con un interlocutore immaginario per tutto lo spettacolo.
Molto interessante è stata la scelta di evitare costumi di scena che avrebbero inevitabilmente connotato lo spettacolo, coerentemente abbinata a una scena praticamente priva di elementi scenografici, se non una semplice panca. Nonostante il dialogo-non-dialogo, è stato riprodotto fedelmente il meccanismo della conversazione fra due persone, con gestualità, anche se non particolarmente accentuata, giochi di sguardi e movimenti sulla scena. Tutti questi elementi hanno fatto sì che non venisse data alcuna connotazione spazio-temporale alla vicenda, ma che ogni spettatore potesse interpretarla liberamente.
Una discreta conoscenza di base dell’Amleto può aiutare a comprendere ed apprezzare al meglio lo spettacolo, visto che, nonostante l’originale modalità interpretativa, presenta numerosi riferimenti al testo. Senza infatti questi elementi, a tratti risulta piuttosto difficile seguire la vicenda e capire appieno i dettagli della vicenda. La scelta del dialetto napoletano come lingua di scena senza che vi sia una motivazione chiara ed esplicita non è un particolare facilitatore alla comprensione.
Nel complesso lo spettacolo, sicuramente originale dal punto di vista interpretativo e per la modalità di costruzione dei dialoghi, può essere meglio apprezzato da un pubblico abituato ad assistere a spettacoli teatrali, siano essi classici o sperimentali. Richiede infatti un livello di attenzione continua e pronta ad accogliere riferimenti letterari esterni allo spettacolo stesso, come l’Amleto di Shakespeare.

Isabella Parisi
Liceo Parini