Fly Butterfly – recensione di Jaklin Mozokov

Si apre il sipario e si entra nel magico e sorprendente mondo del teatro di figura, dove gli unici protagonisti spesso sono marionette, burattini e oggetti mossi dalla grande maestria degli animatori che riempiono di anima ciò che non l’ha mai avuta.
La tecnica di muovere le marionette utilizzando l’antica esperienza giapponese del Bunraku è sicuramente la prova più difficile da superare per molti attori e animatori, italiani e non. Il filo conduttore dello spettacolo è un lungo e insidioso viaggio alla ricerca del proprio ignoto io.
Butterfly, inizialmente solo una bambina, è portata ad affrontare le prove della vita attraverso duro studio e lavoro che pian piano la fanno crescere e maturare. Per lei non è facile raggiungere il suo sogno: si abbatte e si dispera fino a quando la stanchezza e l’insuccesso la fanno precipitare nella più profonda disperazione. Questa è l’ultima prova che deve superare, ma saranno proprio la sua conoscenza ed esperienza ad aiutarla a rialzarsi, a continuare a provare.
È questo il momento della metamorfosi, lei prende coscienza di se stessa, di ciò che è diventata, “una farfalla”.
Fly Butterfly, presentato al Teatro Verdi di Milano e diretto dal regista Stefano Monti,  è un vero successo non solo per l’ottima presentazione, ma anche per il tema che tratta del senso della vita e della perfezione umana.
Lo spettacolo prende spunto dalla celebre opera pucciniana “Madama Butterfly” soprattutto per quanto concerne il suo drammatico epilogo: la protagonista muore, questa è l’unica possibile conclusione, ma è così che si dà il via a un nuovo inizio.

Jaklin Mozokov
Liceo Artistico di Brera