Antigone, la cosa giusta – recensione di Matteo Molli

Sandro Mabellini è un regista che lavora tra l’Italia e Bruxelles mettendo spesso in scena testi strutturati: classici riscritti da contemporanei oppure testi della nuova drammaturgia.
Quando Mabellini ha deciso di affrontare Antigone si è imbattuto negli articoli che Deborah Gambetta, sua coetanea, aveva scritto in occasione del caso Welby (impossibilitato a respirare in autonomia e attaccato per anni ad un respiratore perché malato di distrofia) e del caso Englaro (17 anni in stato vegetativo a causa di un incidente stradale a 21 anni). Due casi recentissimi in cui la legge si scontra con l’umana pietas, riaprendo il dibattito sull’eutanasia recentemente tornato alla ribalta con l caso di DJFabo. In quell’occasione, Deborah Gambetta invitava tutti a riprendere in mano l’Antigone, perché nulla meglio di quella tragedia avrebbe potuto aiutare la riflessione. L’articolo della Gambetta fornisce prepotentemente l’aggancio della tragedia sofoclea ai nostri giorni, ed è questo che ha indotto il regista ad affidarle la riscrittura della tragedia di Sofocle. Deborah Gambetta così afferma nel suo articolo: “Esiste la legge degli uomini e una legge divina, superiore. Entrambe inviolabili…. Ma se le leggi umane, che dovrebbero fare il bene del popolo, servire la moltitudine, ad un certo punto non sono in grado di ascoltare il singolo di una moltitudine, cosa diventano? Non è anche questa una forma di tirannia?”
La versione della Gambetta vuole mantenere l’impianto della tragedia di Sofocle, con minime variazioni. L’intervento più importante riguarda le figure di Antigone e Creonte, non presentando né Antigone quale una ragazza facile a scatti nervosi e d’isteria, come in alcune riscritture, né Creonte come un tiranno, come nel testo di Sofocle.
Le due posizioni vogliono essere raffigurate sullo stesso piano e le relative motivazioni presentate in modo paritario. Creonte è un vecchio stanco che ha agito solo per il bene della città; Antigone è portatrice di una visione pietosa, ma non stucchevole. La tematica rimane quella dell’opposizione irriducibile di due Leggi: quella scritta, particolare della Città — della Polis — e quella non scritta, intima dei legami familiari. Le due Leggi non sono flessibili, vogliono essere entrambe assolute.
Antigone non retrocede rispetto al proprio desiderio, non difende l’interesse particolare della propria vita, non si risparmia, non calcola, non pianifica, non tergiversa. Il suo moto è animato a senso unico da un amore per il fratello che non conosce limiti, nemmeno quello della morte
Antigone ci insegna che gli esseri umani sono esseri di desiderio e non esseri che si limitano a sopravvivere, oltrepassa ogni concezione utilitaristica dell’esistenza: sacrificando la sua vita per onorare simbolicamente Polinice ella si spinge sino a spezzare il tabù della morte. È questo il suo passo più vertiginoso: la vita in sé, se non vi è possibilità di scelta, non è vita che vale la pena di vivere.
Una rappresentazione concentrata sui contenuti e sulla forza dell’espressività degli attori con una scenografia essenziale, quasi inesistente, ma che arriva con tutta la sua forza perché il dramma è sulla scelta etica e morale dei due eroi.

Matteo Molli
Liceo Severi Correnti