Hermada. Strada privata – recensione di Davide Calgaro

Punti di vista.
Possiamo studiare ciò che è scritto riguardo la Prima guerra mondiale, leggere dati e statistiche e immaginare l’entità di quell’immane tragedia. Oppure entrarvi in prima persona, con un originale punto di vista, alto, quello di Hermada e San Michele. Due monti che durante la Grande Guerra hanno dominato i più celebri campi di battaglia dall’alto delle loro rocce, testimoni di ogni singola morte, i soli a vivere nel profondo la barbarie umana.
Punti di vista, decidere di limitarsi a vuote informazioni, ripetute prima di un’interrogazione davanti allo specchio, o rimanere a bocca aperta davanti al racconto dell’atrocità umana.
Cosa meglio del teatro sa superare banali date ed eventi, e scaraventare all’interno delle vicende scavando l’animo umano?
7 aprile, Teatro della Cooperativa, in scena Hermada.
E in un attimo si é travolti da una tempesta di ricordi, nessuna storia di eserciti, ma il dramma delle vite di uomini comuni distrutte. Il racconto é accompagnato dalla lettura di lettere ricevute o mandate dai soldati, che ci aiutano a vivere la tragedia di una famiglia orfana del padre e di un padre solo e abbandonato controvoglia tra il fango e il sangue.
Scenografia semplice, un panorama montuoso e due monti più alti, che nel corso dello spettacolo ci raccontano tutto ciò che “hanno visto e vissuto”. Le luci giocano un ruolo importante, concentrano infatti l’attenzione prima su un monte, poi sull’altro, e insieme ad alcuni suoni fuoriscena e a proiezioni confuse sui monti creano un’atmosfera di macabro disordine. La personificazione dei monti è affidata a due attori, che nonostante la giovane età, sembrano raccontare fatti vissuti sulla loro pelle, mettendo i brividi ad ogni grido lanciato al cielo in preda alla disperazione, ad ogni lacrima involontaria che compare sui loro volti.
Si poteva arrivare prevenuti, immaginando una lezione di Storia, e sprofondare comodamente nella poltroncina svegliandosi a fine spettacolo per dire con tono critico e intellettuale “davvero bello, mi ha toccato dentro”, trattenendo uno sbadiglio. Oppure lasciarsi sorprendere, provando a vivere, per quanto possibile, battuta dopo battuta, la storia attuale di un uomo, costretto a partire per motivi
economici, mascherati da stupidi patriottismi, il cui destino é distrutto, i cui sogni sono infranti tra il fumo delle armi e l’ odore acre del sangue. Spettacolo vivace, profondo e mai noioso, senza ricerca di morale o messaggi espliciti, ma che lascia largamente intendere la sua posizione riguardo la guerra, la più oscena invenzione dell’ uomo.
Accompagnato da due recitazioni magistrali e un’ottima regia.
Punti di vista.
Guerra, paura del diverso, barriere, o una bandiera della pace che sventola.
“La cultura delle armi o le armi della cultura”.
Punti di vista.

Davide Calgaro
Liceo classico Tito Livio