“Medea fiam”. La costruzione di un mito.

medea“Un classico non può essere attualizzato, perché la natura del classico è quella di essere attuale”. Un’ affermazione che, nonostante le dovute distinzioni (nell’ambito della rappresentazione teatrale l’attualizzazione si rivela spesso indispensabile), può essere considerata sacrosanta. Come fiumi carsici della nostra cultura, i miti percorrono la storia, emergendo inaspettatamente in varie forme, dimostrando la propria incredibile vitalità. Nel corso dei secoli il mito di Medea, la storia della madre che arriva a uccidere i propri figli per vendicarsi del tradimento del marito, è stata oggetto di innumerevoli riflessioni e riletture. La rappresentazione della donna che nega la sua essenza biologica di creatrice di vita, per trasformarsi in colei che la vita distrugge, genera inevitabilmente la ricerca di una spiegazione che possa inquadrare l’atto e ricondurlo a una categoria di pensiero più comprensibile.
Tanta e tale è la disumanità di cui si macchia Medea, che l’unico modo per affrontare il suo inaccettabile gesto è quello di allontanarla e rimuoverla dal novero dell’umano, riconducendola a categorie stanziate oltre i confini dell’etica e del “normale”. Medea è maga, “negra”, esule, barbara, straniera, pazza. Per secoli Medea è stata “diversa”, appartenente a un mondo separato da quello in cui la sua storia viene narrata, perché la comprensione intellettuale è inevitabilmente connessa con un’incomprensione geografica o sociale. Ricca di controversie, la storia della madre che uccide i propri figli risulta più accettabile non in virtù di un’indagine psicologica che ricerchi le cause dell’atto, ma grazie all’allontanamento delle cause stesse in un universo lontano e separato.
Medea è un mistero che per secoli è stato affrontato da un’unica prospettiva, quello della colpevolezza della sua protagonista. Ma, come ogni mito che si rispetti, anche quello di Medea nasconde diverse alternative interpretative. Lo sapeva bene Christa Wolf, l’unica scrittrice che, nella propria rielaborazione, sceglie una prospettiva diversa: non partire dal verdetto, ma dai fatti. Un uomo che si risposa, una donna che deve cambiare la città in cui ha vissuto, la morte di entrambi i figli. Questi sono le costanti che la scrittrice tedesca considera come punti di partenza di un’indagine volta a ricercare le vere radici dell’atto. Le Stimmen – le voci che Wolf ci fa sentire – sono quelle dei protagonisti, dei testimoni, della stessa imputata. In un alternarsi e intrecciarsi di punti di vista il mosaico della vicenda si ricompone lentamente di fronte ai nostri occhi, che assistono increduli al disfarsi e al ricrearsi di una storia data per nota: Medea non ha ucciso i suoi figli ma, sfregio alla sua memoria, è stata condannata a portare esemplarmente la macchia di una colpa non commessa. All’origine di tale procedimento stanno le ricerche storiche condotte dall’autrice, che rivelano come sia stato Euripide ad attribuire per primo l’infanticidio a Medea, mentre fonti antecedenti raccontavano dei tentativi della madre di salvare i propri figli, poi uccisi dai cittadini di Corinto. Ma per il tragico greco, così come per le decine di autori che dopo di lui ne hanno scritto, non si è trattato di un tentativo di insabbiamento: la forza del mito sta anche nella sua mutevolezza. Se il mito è univoco per forza evocativa, per l’orizzonte di pensiero che richiama al solo essere citato, è, allo stesso modo, molteplice per le possibilità di esistenza che porta in sé. Non c’è una versione giusta o una sbagliata: ci sono le infinite voci che creano la tessitura del racconto.

 

Chiara Marsilli

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