Slot Machine – recensione di Giovanni Falascone

L’inizio: nulla, oscurità. Improvvisamente sospiri e risate isteriche rompono l’armonia del buio, accompagnate da altrettanto nevrotici fasci di luce.
Oscurità. Luci. Buio. Penombra. Torce che illuminano e affettano l’oscurità. Questo è “Slot Machine”.
Dalla prima all’ultima scena Alessandro Argnani recita immerso in un inquietante buio, e una qualsiasi variazione di quest’atmosfera assume importanza e significati inaspettati.
Il teatro Olinda, situato nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, non è stato scelto a caso per la messa in scena di questo nuovo lavoro della compagnia “Teatro delle Albe”, riuscendo a portare gli spettatori fino in fondo a quella “fossa” in cui Doriano è caduto.

Doriano è figlio di contadini romagnoli, anch’egli contadino, uno sfigato, affogato nei debiti causatigli dal gioco, cominciato dalle corse dei cavalli per le quali “ci era portato” e poi finito nelle slot machine. Cerca soldi da sperperare ovunque li possa trovare, perdendo così il tanto curato trattore rosso sgargiante “New Holland” insieme a qualsiasi affetto e relazione umana, finché gli strozzini lo porteranno alla fine.

Sul palco tre specchi, due laterali e uno centrale. Doriano ricorda quel passato ormai fioco e malinconico di cui parla mentre si guarda in quegli specchi. Quello posto al centro, con delle lievi deformazioni, rende ancora più grottesca la realtà dell’altare sottostante sul quale Doriano torna più volte, si dimena e soffre, prima di morire.
Quattro gruppi di alberelli sono l’unico elemento che rimanda alla natura, alla freschezza, in netto contrasto con l’artificiosità del gioco, la vuotezza delle persone di città che ripudiano lo sfigato di campagna, con tutta la finzione che domina la vita moderna, ponendo “Slot Machine” anche in una posizione di denuncia allo Stato.

“oltre alla macchinetta non c’è niente, solo lei fa luce e tutto attorno è buio”

Cos’è la macchinetta? Cos’è il gioco? Le parole di Marco Martinelli sfiorano la filosofia facendo riflettere lo spettatore, che proprio quando se le ritrova sbattute in faccia dalla parlantina di quello sfigato, si trova immerso nell’oscurità, nel buio. Cos’è che fa luce allora, uno squarcio di luce nell’oscurità della vita di Doriano? Il gioco è la sua salvezza, ma allo stesso tempo la sua fine. Oppure il gioco è qualcosa di ben più ampio, intorno al quale c’è l’ignoto.

Meno studiato rispetto al resto, invece, è il lato musicale dello spettacolo, che non stupisce né disturba, rimanendo in una dimensione di generale mediocrità se non che per piccoli momenti in cui Argnani e lo stereo si trovano più d’accordo.

Il finale: luci spente. Doriano sull’altare, morto, affiancato da due fredde figure oscure che lo illuminano con due torce e lo osservano.
Anche qua ci si chiede chi siano quelle due figure, cosa rappresentino le torce.

L’agonia di Doriano supera la sola dimensione del giocatore sfinito e distrutto dalle sue abitudini, e come in un quadro di Rotchko, con pochi e semplici colori suscita domande e propone profonde riflessioni dalle quali nessuno può ritenersi estraneo.

 

Giovanni Falascone
Liceo Scientifico Alessandro Volta