Cleopatràs – recensione di Edoardo Filippini e Filippo Ferrucci

Non sempre le parole sono lo strumento migliore per comunicare; sicuramente non sono l’unico. Le regole apprese sui banchi di scuola sono il principale mezzo per esprimerci, ma rappresentano un forte limite, costringendo il nostro pensiero ad adeguarsi a precisi canoni.

Arianna Scommegna, pluripremiata attrice italiana, sfida arditamente questo ostacolo, mettendo in scena Cleopatràs di Giovanni Testori, monologo in versi, primo dei tre Lai.
Il testo, in forte simmetria con la Commedia dantesca, rappresenta i lamenti di Cleopatra per la morte dell’amato Antonio. L’affascinante regina egiziana, inserita da Dante nel girone dei lussuriosi, è però trasportata in Brianza, che diventa il luogo dei suoi dolori.

L’effetto di straniamento è amplificato dalla lingua di Testori, che la Scommegna riproduce con una naturalezza tale da farla sembrare reale: il dialetto lombardo si mescola con latino e italiano arcaico, ma anche francese e spagnolo; non mancano poi neologismi che, in un simile pastiche linguistico, appaiono assolutamente normali.
Quello che può apparire un limite alle possibilità dell’attrice e alla comprensione del pubblico viene abilmente superato dalla Scommegna con una recitazione sicura e espressiva, capace di trasmettere il dolore insieme alla perversione di Cleopatràs.

Questa “composizione” segue il linguaggio musicale: è impossibile soffermarsi su ogni parola, meglio lasciarsi trasportare dalla sonorità del testo. Le grida di dolore danno il via a dei crescendo repentini, in cui lo spettatore è investito da un flusso incontrastabile, sempre più veloce e impetuoso.
La musica è infatti centrale in tutta la rappresentazione: alle domande e alle angosce di Cleopatràs risponde il violoncello di Anthony Montanari, che, seguendo l’esempio di Testori, ha elaborato delle melodie che uniscono arie dei più celebri compositori a temi popolari.

La scenografia è semplice, con oggetti simbolici della realtà brianzola. Un’unica luce bianca illumina il centro del palcoscenico, creando un’atmosfera di raccoglimento, che proietta lo spettatore nell’intimità della stanza di Cleopatràs. Ma la scena non è mai statica e la Scommegna si muove (scalza) su un pavimento di segatura, con una gestualità che ne esprime il dramma interiore: arriva persino a cospargersi di vernice il vestito, che diventa mappa variopinta dei luoghi che sono parte di lei (non Piramidi e deserti, ma la Brianza e il lago del Segrino).

I movimenti tradiscono anche la lussuria di Cleopatràs, che non è in grado di liberarsi dalla passione per i piaceri della carne. La Scommegna recita infatti senza biancheria, tenendo tra le braccia un fantoccio che è rappresentazione del suo desiderio (la cultura africana si mescola con la realtà lombarda e l’idolo viene addobbato con elementi del mondo contadino).

La passione di Cleopatràs è la sua condanna, che la spinge alla follia. La morte dell’amato la priva del piacere della vita, in un contrasto tra dolore e perversione.
L’interpretazione della Scommegna dà vita all’opera di Testori, rendendo comprensibile una lingua impossibile; lo spettatore diventa partecipe del dolore e delle angosce di Cleopatràs, in un concerto di parole e colori che lasciano senza fiato.

 

Edoardo Filippini – Filippo Ferrucci
Collegio San Carlo

 

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