Recensione di Giacomo Riva, Liceo musicale G. Verdi: Corazón Corazón

di Compagnia Bettini-Colombo-Molnàr
visto al Teatro Verdi

“Buonasera. Sono la morte. Buon divertimento”.
Con questo timido saluto, simile quasi ad un tetro “memento mori”, si apre Corazón Corazón, intrigante gioco metateatrale diretto da Giulio Molnàr in scena al teatro Verdi il 20 e 21 Marzo: la morte, umoristicamente incarnata nello stesso Molnàr, si mescola tra il pubblico per assistere con trepidazione agli spartani ed audaci spettacoli del teatro Morlupi, la cui grande protagonista è l’omonima padrona (interpretata da Francesca Bettini); spettacoli forse troppo audaci, tanto che la platea è sempre deserta, fatta eccezione per l’unico affezionato spettatore in nero. Già in quest’incipit buffo e surreale (per quanto il testo sia ispirato ad una storia vera) si cela un’amara considerazione sulla sorte di quel teatro d’avanguardia che, senza un pubblico, si condanna alla propria morte: vi è dall’altro lato la profonda passione per il palcoscenico della signora Morlupi, e la sua vivace, seppur sfortunata, creatività. Tutto ciò viene incorniciato dalla sempre più divagante narrazione di un Paolo Colombo squisitamente naif, che da commentatore esterno si ritrova a partecipare attivamente al fluido e vagheggiante svolgersi della vicenda.
L’atmosfera viene improvvisamente rotta dall’irruzione di una compagnia di burattinai: il coriaceo teatro di ricerca della Morlupi si fonde, suo malgrado, con l’universo spesso ignorato del teatro di figura. I burattini prendono parte dinamicamente alla messinscena, trasformandosi in veri e propri personaggi indipendenti: esilarante il duetto fra la morte-uomo e la morte-burattino da lei stessa impugnata.
Il resto dello spettacolo si snoda con agilità fra continui scambi fra attori e pupazzi, svenimenti e malanni della Morlupi ed estratti dai suoi stessi cavalli di battaglia (tra i quali figura, a più riprese, il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi): in quest’ultimo gioco di scatole cinesi, di “teatro nel teatro”, ricopre un ruolo importante il pubblico stesso, che prende coscienza di essere un “non-pubblico”.
La prova attoriale è di ottimo livello; la scelta di una scenografia pressochè nulla, per quanto forse un po’ stereotipata in alcuni generi di teatro moderno, rende efficacemente il messaggio della rappresentazione, con quel cartello d’uscita di sicurezza incombente sulle teste dei personaggi che sembra richiamare un estremo bisogno del teatro di uscire dalle anguste mura del teatro stesso. Uno spettacolo elegante, raffinato ma anche passionale e a tratti struggente, che lascia risuonare nell’eco delle risate la parvenza di una disperata richiesta d’aiuto.

Giacomo Riva