Recensione di Elisa Faggioli, Liceo Tito Livio: le Nuvole

“Attenzione, attenzione! Questa sera al teatro dell’Elfo si rappresenteranno Le Nuvole!”
E come, sono state rappresentate!
Nel buio del sipario appena aperto si è accesa una luce, e al centro di quella luce bianca e pura c’era niente meno che Socrate, il famoso Socrate, il classico Socrate, il Socrate dalla toga bianca, il saggio Socrate che ci viene presentato da Platone ne l’Apologia. Lo spettacolo è cominciato proprio così, con un brano tratto dall’opera del filosofo greco, avvenimento che già mi era stato anticipato dall’illuminante incontro avuto precedentemente con gli attori, incontro che mi ha permesso di guardare e ascoltare lo spettacolo con altri occhi e altre orecchie, e allo stesso tempo ha fatto sì che mi immedesimassi nei personaggi in scena.

Ebbene, dopo un inizio così classico mi sarei aspettata una rappresentazione de Le Nuvole ovviamente canonica. È stata perciò una sorpresa enorme veder entrare da dietro le quinte un’automobile azzurra. Da un lato ho trovato estremamente originale e innovativa l’dea dell’automezzo in scena e mi è sembrato un ottimo modo per far comprendere l’impostazione della rappresentazione: la modernizzazione del testo e l’idea di creare uno “spettacolo dentro lo spettacolo”. Dall’altro ho trovato che questo fosse un elemento di eccessiva rottura rispetto alla natura classica dell’opera. Inizialmente era l’unico oggetto di scena, ma ben presto se ne sono aggiunti altri, portati dagli attori di una sgangherata comitiva che viaggiava sull’automobile.

A questo punto penso sia doveroso fare un plauso al costumista della compagnia Teatro Due, che ha scelto proprio gli abiti che utilizzavano nell’antica Grecia per far riaffiorare, almeno nell’estetica, le radici storiche del testo. Sono rimasta altrettanto sorpresa dall’effetto creato dal fascio di luce proiettato quando in scena sono entrati Fidippide e Strepsiade, un ragazzo con l’eccessiva passione per le corse dei cavalli e un padre rovinato dall’ossessione del figlio. La luce, avvolgendo solamente i due protagonisti, creava una sorta di sipario nero che celava gli altri personaggi, al contempo narratori e partecipi della messa in scena.

Durante lo spettacolo, inoltre, la platea del teatro dell’Elfo di Milano è diventata anche la scena stessa, con una ricerca di interazione con il pubblico che mi ha coinvolto ancor di più e mi ha spesso fatto sorridere. Ciò che forse invece non mi ha molto aiutato a comprendere le battute e l’ironia delle situazioni, è stato un audio un po’ carente, almeno per quanto riguardava i personaggi “umani” della vicenda, mentre ho potuto apprezzare il canto e le parole delle belle Nuvole, divinità maliziose ma ausiliatrici, che a parer mio sono alcuni dei personaggi meglio riusciti dell’intera rappresentazione, insieme ai due discorsi: il Giusto e l’Ingiusto.

In una società come quella di oggi, sopraffatta dalla crisi e da una gestione politica che non convince nemmeno i politici stessi, questa commedia fa luce su quanto le persone siano disposte a macchiare la propria integrità morale per potersi salvare da un baratro finanziario. Strepsiade è l’uomo disperato e vagamente ignorante che non tenta nemmeno di apprendere il discorso Giusto, è solamente interessato a se stesso e ai suoi imbrogli per far sì che i creditori perdano le cause intentate contro di lui, e si interessa alla cultura solamente per trarne vantaggi economici e non per un arricchimento personale, tanto che il suo motto è: «Se la cultura non mi farà pagare i debiti, allora viva la cultura!». E poiché il futuro era in mano a Fidippide, tentava di mandarlo a imparare da un Socrate ben diverso da quello dell’inizio, un Socrate falso, manipolatore, ricco di una saggezza vuota, sofista: l’emblema dell’uomo contro cui il Socrate iniziale aveva sempre combattuto. Ma purtroppo il disgraziato figlio non aveva nessuna intenzione di apprendere i segreti del Maestro e quando è stato “finalmente” costretto ad entrare nell’auto trasformatasi d’un tratto in scuola, ne è uscito che non era più lo stesso. È riuscito sì a vincere tutte le cause, ma non ha più riconosciuto l’autorità del padre, il quale è stato talmente contraddittorio nelle sue azioni che ha bruciato la stessa scuola nella quale lui stesso aveva tanto insistito per mandare Fidippide.

Nell’incendio della commedia c’è l’accusa contro Socrate di essere un manipolatore di giovani, accusa che subirà poi anche nella realtà. Proprio questo è stato il momento che più mi ha colpita e mi ha fatta riflettere, il brano finale tratto dall’ Apologia di Platone, che si lega strettamente a questa commedia e che recita così: “Mentre la cicuta fa il suo effetto, io voglio farvi una profezia: cittadini che mi avete ucciso, se mi avete tolto la vita nella speranza di evitare un confronto con la vostra coscienza e con la vostra ignoranza, sappiate che non è così che funziona, perché i vostri oppositori saranno sempre più numerosi e tenaci, perché giovani. Con la mia morte, credete veramente che eliminerete il rimorso? Il modo migliore per eliminare un problema non è eliminare chi vi sta davanti agli occhi, ma saper rispondere alla coscienza di proprio conto”.

“Forse”, ho pensato mentre le luci si spegnevano per l’ultima volta e iniziava lo scroscio di applausi, “ognuno dovrebbe imparare qualcosa da queste due immagini di Socrate, così diverse ma allo stesso tempo appartenenti alla stessa persona.” Ho capito che la società può avere un’immagine distorta della realtà, perché spesso la massa è influenzabile con poco. Ho capito quanto la nostra sorte dipenda da noi e dalle scelte che facciamo ogni giorno. Ho capito che oggi ci sono così tanti Strepsiade, così tanti Fidippide, così tanti Socrate manipolatori, che forse ci sarebbe bisogno di una Nuvola ausiliatrice per ognuno di noi.

Elisa Faggioli

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