Le mani espressive: il teatro di figura e i suoi segreti

immagineDurante la seconda giornata di Acrobazie critiche alcuni studenti incontrano la Compagnia Bettini-Colombo-Molnàr e il suo teatro di figura. In classe hanno già seguito alcune lezioni su questa antica branca delle arti sceniche, ma non è bastato a soddisfare la loro curiosità:

Chi agirà sulla scena?, si chiedono.

Burattini, ragazzi miei, burattini. – risponde Giulio Molnàr

Come Pinocchio?

No, lui era una marionetta, ma senza i fili (un automa quindi, se vogliamo essere precisi). E poi divenne un bambino vero ma questa è un’altra storia…

 

Tutta questa confusione intorno al teatro di figura non sorprende se si considera che questo filone delle arti drammatiche è associato sopratutto alle rappresentazioni della commedia dell’arte, con il loro corredo di madamine, servi astuti e bastonate da orbi. Un immaginario in parte corretto ma assai limitante, tanto che il teatro di figura “sulle nostre scene è relegato in posizioni subordinate, quasi si trattasse di un genere minore, destinato ai bambini. Niente di più provinciale!”, fa notare Sara Chiappori su La Repubblica. E continua: a differenza nostra “in Europa fanno sul serio incrociando una tradizione antichissima con le nuove frontiere della ricerca, della danza, della performance e della videoarte”.

Anche i relatori Colombo e Molnàr insistono su questo punto: la presenza del fantoccio in scena è, innanzi tutto, suggestiva e in secondo luogo può portare con sé istanze profondamente innovative nel rapporto tra parola, figura e l’esplorazione di diversi linguaggi. Gli strumenti a disposizione di burattinai e marionettisti sono, infatti, gli stessi di cui dispongono tutti gli altri registi; ad essere enormemente maggiori sono le potenzialità dell’attore, che essendo un pupazzo non è soggetto a quelle limitazioni fisiche che affliggono gli interpreti in carne e ossa. La manipolazione dell’oggetto recitante può dar vita a un’interpretazione capace di imporsi al pubblico con la stessa credibilità di quella di un prim’attore in carne ed ossa; la statura scenica di un fantoccio ben animato può essere anche più imponente rispetto a quella umana, e, in ogni caso, risulta più duttile. Si possono, infatti, utilizzare con effetti molto suggestivi: tagli di luce, ombre, nonché il teatro su nero (cioè l’uso di forme e figure mosse entro luci specifiche da animatori nascosti).

Questa tecnica è la speciale cifra stilistica della compagnia ospitata al Teatro Verdi, lo storico spazio milanese affidato in questi anni all’associazione Teatro del Buratto. Oltre a rappresentare un’eccellenza italiana nel campo dei burattini, il Buratto in molteplici occasioni è ospite di rassegne internazionali. A Milano organizza invece il Festival Internazionale Teatro di Immagine e Figura, IF, giunto alla VIII edizione.

 

Altra eccellenza milanese per quanto riguarda il teatro di figura, questa volta nella sua declinazione marionettistica, è la Compagnia Carlo Colla e Figli, una delle più conosciute al mondo. Oggi i suoi spettacoli sono apprezzati da un pubblico di adulti e giovani, ed è possibile incontrarli in occasione delle più importanti manifestazioni nazionali ed internazionali; questa realtà ha alle spalle quasi tre secoli di attività ed è stata Teatro Stabile di Marionette (1906-1957) al Teatro Gerolamo di Piazza Beccaria, il primo in Europa realizzato appositamente per questo tipo di spettacoli, riproducendo in piccolo la pianta della Scala.

È proprio Milano che deve tornare a dare il giusto spazio al teatro di figura, che ha trovato nei secoli scorsi un fertile ambiente in molte regioni del nostro Paese.

La prova di quanto questo genere di rappresentazioni fossero radicate nella quotidianità degli italiani si ravvisa nella stessa etimologia della parola “burattino”, con cui Collodi identifica per sineddoche ogni pupazzo animato. E’ infatti un termine dialettale che deriva da “bura”, la stoffa rada dei setacci, detti ancora oggi in Toscana “buratti”; questi strumenti di lavoro divenivano spesso occasione di gioco e divertimento quando erano indossati come guanti per dare origine alle storie popolari, canonizzate poi dalla commedia dell’arte.

L’origine delle marionette è invece, per così dire, più aristocratica: questi fantocci infatti erano usati per mettere in scena opere liriche o con una drammaturgia scritta, ma senza i costi di una compagnia di attori. Burattini e marionette sono quindi due aspetti della stessa arte, una sviluppatasi nelle piazze e l’altra in teatro: condividono un comune destino ma seguono diverse filosofie. Come disse il burattinaio parmigiano Italo Ferrari: “Fra il marionettista e il burattinaio, c’è una sostanziale differenza, un diverso modo di vedere. Il marionettista ha creduto l’uomo perfetto e ne ha fatto un artista a sua somiglianza. Il burattinaio ha avuto la persuasione dell’imperfezione umana, ed eccoti venir fuori il burattino, informe, grottesco e senza gambe: forse… per dargli così, possibilmente, più testa”.

Guai a confonderli di nuovo, mi raccomando!

 

Giulio Bellotto

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