Recensione di Alessandro De Vecchi, ITCS P. Levi: Genesiquattrouno

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di e con Gaetano Bruno e Francesco Villano

visto al Teatro i

 

Genesiquattrouno è una riflessione sul rapporto di fiducia, una storia d’amore e odio fraterno che segue le vicende della Bibbia narrate nel capitolo 4, versetto 1. Caino lavorò la terra, Abele fu pastore di greggi. Quando fu il momento di offrire i propri guadagni in sacrificio al Signore, quelli di Caino non vennero apprezzati. L’irritazione di quest’ultimo si trasformò nell’atto estremo dell’omicidio. Da qui comincia Genesiquattrouno. Abele è già morto e Caino vive ormai perseguitato e tormentato dall’incubo del ricordo. È proprio tramite un viaggio onirico che viene ripresa la storia a partire dall’infanzia, procedendo nell’età adulta e finendo con il fratricidio. La scenografia è essenziale: un cerchio, simbolo della grotta luogo di incontro dei fratelli, sovrastato dalle bianche radici di un albero, simbolo di vita. Abele cerca di vincere la diffidenza del fratello stuzzicandolo e ingaggiando sfide. Gli attori, con un ottimo uso del corpo, creano situazioni di estremo movimento sul palco che si prolungano forse per troppi minuti risultando ripetitive, forse volontariamente per sottolineare l’ingenuità infantile. Il dialogo comincia finalmente nel momento in cui i fratelli escono dal cerchio, inventando preghiere dedicate a Dio e ricordando le avventure fanciullesche nelle quali Caino sembra sempre cercare di sottolineare di essere forte e coraggioso quanto suo fratello. Da subito si intravede il tema dell’invidia che, sebbene all’inizio è mascherato dal fatto che Caino prova molta ammirazione verso Abele, poi diviene un crescendo per tutta la storia. Nella maturità il dialogo è più aspro e tagliente. Quando Caino viene chiamato dal padre si insinua nel suo cuore il sospetto che Abele sia il favorito e si sente allora tradito. La rabbia è profonda ma si confonde col sentimento di paura per aver perso il suo compagno di avventure. Il ritmo dei dialoghi e la loro profondità espressiva si rivela alla lunga pesante per un pubblico non abituato a questo tipo di rappresentazioni, penalizzando l’attenzione. Caino e Abele sono rappresentati da Bruno e Villano in tutta la loro umanità e fragilità, con i loro difetti e le imperfezioni che contraddistinguono le loro personalità, ma più di tutto con i loro errori, o meglio con l’errore di Caino. Il tema del fratricidio si espande e racchiude un profondo significato morale. Quello di Caino non è solo un omicidio, è paura: un sentimento che accomuna tutti e fa crescere e maturare ma contemporaneamente inibisce il controllo delle azioni e fa cadere nuovamente in errore. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, frase che denota completo disinteresse da parte di Caino nei confronti di Abele, racchiude in sé il messaggio morale dell’intero spettacolo. È dovere di ognuno essere custode del prossimo, ciascuno è guardiano di proprio fratello. In una società laddove esiste l’essere fratelli esiste la solidarietà.

 

Alessandro De Vecchi